Testimonianza di Sara_ Bolivia 2026.
Sono qua, per la seconda volta, a parlare della Bolivia, o meglio, di casa. Onestamente ero molto indecisa se partire nuovamente o meno: purtroppo alla vita qua ci si riadatta troppo in fretta e non sapevo se ero pronta di nuovo a confrontarmi con una realtà come quella di Montero, una realtà difficile perché ti fa provare emozioni contrastanti ogni minuto che passa; non sapevo se ero pronta a lasciare la mia zona comfort di nuovo. So però di per certo che nell'esatto momento in cui dall'aeroporto di Santa Cruz mi sono avviata con Isabel e Chiara verso Montero, ho capito che avevo fatto bene, che io dovevo essere lì e ogni dubbio era sparito. Mi sono sentita nel posto giusto, al momento giusto: non dovevo essere da nessun'altra parte in quel momento. Mi sono sentita in pace, come quando si torna a casa dopo tanto tempo che si è stati via.
Quest'anno ho conosciuto di più le persone: adulti e bambini, ma in particolare questi ultimi. Il rapporto che già avevo creato con alcuni l'anno scorso, questo agosto l'ho consolidato ancora di più, mentre con altri sono riuscita ad instaurarne uno nuovo. Mi viene in mente Nicolas, adolescente con cui non avevo mai interagito prima, con cui semplicemente giocando a pallavolo, ho iniziato a ridere e scherzare sin da subito, senza mai dover parlare. Mi viene in mente Braian, che invece già lo conoscevo e che mi ha riconosciuto all'istante e mi ha abbracciato neanche trenta secondi dopo avermi vista. Mi viene in mente Mia, che non credeva che sarei mai tornata, nonostante lo avessi promesso. Adrian, che all'inizio non si fidava ma poi cercava le mie attenzioni continuamente e suo fratello Aron, che ha scoperto che stare in braccio ad una persona alta 180 cm come me è super divertente e non voleva più scendere. Potrei andare avanti righe su righe, elencando ogni bambino del centro con cui sono stata, ma probabilmente non finirei più di scrivere.
E poi c'è stata Cochabamba, la calma in mezzo al caos. Per la prima volta sono stata in questa immensa città, i primi giorni spaventata dalla così grande differenza con Montero, ma poi, anche grazie alle missionarie, desiderando, una volta tornata a Montero, il silenzio e la spiritualità della Llajta.
Il rientro è stato difficile come non mai, mi sono quasi come rifiutata per giorni di scrivere queste parole per evitare di realizzare appieno di essere tornata in Italia. Non volevo lasciare la Bolivia, le missionarie, i bambini e tutte le persone con cui ho legato. Ora sono qua a Bologna, ma so di per certo che, appena avrò nuovamente l'occasione, ancora una volta tornerò a casa dalla mia seconda famiglia.

Sono qua, per la seconda volta, a parlare della Bolivia, o meglio, di casa. Onestamente ero molto indecisa se partire nuovamente o meno: purtroppo alla vita qua ci si riadatta troppo in fretta e non sapevo se ero pronta di nuovo a confrontarmi con una realtà come quella di Montero, una realtà difficile perché ti fa provare emozioni contrastanti ogni minuto che passa; non sapevo se ero pronta a lasciare la mia zona comfort di nuovo. So però di per certo che nell'esatto momento in cui dall'aeroporto di Santa Cruz mi sono avviata con Isabel e Chiara verso Montero, ho capito che avevo fatto bene, che io dovevo essere lì e ogni dubbio era sparito. Mi sono sentita nel posto giusto, al momento giusto: non dovevo essere da nessun'altra parte in quel momento. Mi sono sentita in pace, come quando si torna a casa dopo tanto tempo che si è stati via.
Quest'anno ho conosciuto di più le persone: adulti e bambini, ma in particolare questi ultimi. Il rapporto che già avevo creato con alcuni l'anno scorso, questo agosto l'ho consolidato ancora di più, mentre con altri sono riuscita ad instaurarne uno nuovo. Mi viene in mente Nicolas, adolescente con cui non avevo mai interagito prima, con cui semplicemente giocando a pallavolo, ho iniziato a ridere e scherzare sin da subito, senza mai dover parlare. Mi viene in mente Braian, che invece già lo conoscevo e che mi ha riconosciuto all'istante e mi ha abbracciato neanche trenta secondi dopo avermi vista. Mi viene in mente Mia, che non credeva che sarei mai tornata, nonostante lo avessi promesso. Adrian, che all'inizio non si fidava ma poi cercava le mie attenzioni continuamente e suo fratello Aron, che ha scoperto che stare in braccio ad una persona alta 180 cm come me è super divertente e non voleva più scendere. Potrei andare avanti righe su righe, elencando ogni bambino del centro con cui sono stata, ma probabilmente non finirei più di scrivere.
E poi c'è stata Cochabamba, la calma in mezzo al caos. Per la prima volta sono stata in questa immensa città, i primi giorni spaventata dalla così grande differenza con Montero, ma poi, anche grazie alle missionarie, desiderando, una volta tornata a Montero, il silenzio e la spiritualità della Llajta.
Il rientro è stato difficile come non mai, mi sono quasi come rifiutata per giorni di scrivere queste parole per evitare di realizzare appieno di essere tornata in Italia. Non volevo lasciare la Bolivia, le missionarie, i bambini e tutte le persone con cui ho legato. Ora sono qua a Bologna, ma so di per certo che, appena avrò nuovamente l'occasione, ancora una volta tornerò a casa dalla mia seconda famiglia.

— Sara _2026
Il centro sociale si inserisce in questa realtà per supportare le famiglie locali, i ragazzi e bambini che qui crescono e qui imparano una vita non agiata, senza la certezza di avere sempre un letto caldo o un pasto disponibile. Inoltre, nella maggioranza dei casi, il nucleo familiare risulta pressoché inesistente o, più che altro, è costituito da un solo genitore: da una mamma o una nonna. Talvolta, nemmeno l’unico genitore presente è in grado di prendersi cura di loro e quindi questi ragazzi, oltre a crescere praticamente da soli, devono anche occuparsi del fratellino più piccolo. Situazioni alle quali si aggiungono spesso storie di abusi psicologici e fisici, a volte perpetrati dallo stesso padre sulla figlia. Con la mente più aperta possibile, mi sono inserita anche io in questa realtà e ho conosciuto bambini e ragazzi che venivano al centro al mattino o al pomeriggio, in alternanza con la scuola. Per quanto i bambini siano bambini ovunque, ho sentito che loro erano un po’ diversi: oltre ad affezionarsi subito, hanno tanta voglia di farsi conoscere e ti donano pezzi di sé senza che tu faccia niente. Per loro, la sola presenza è importante. Un educatore un giorno mi ha detto: “In un mondo dove né lo Stato né le famiglie li considerano, una persona che viene qui per loro e li riempie di attenzioni è oro colato, e il momento in cui se ne va lo vivono come un abbandono”. Passavo le giornate a giocare con loro all’aperto, a seguire le attività che gli educatori portavano avanti nelle loro classi, a fare judo il martedì e a realizzare lavoretti creativi per altre attività. Due volte, invece, ho condotto io un’attività: una di origami e l’altra di ginnastica artistica. Parlavo con loro e, a poco a poco, imparavo qualcosa in più di portoghese, e non credevo di poter stringere delle amicizie così in fretta e anche così significative durante la mia permanenza, costellata di divertimenti e fatiche, perché sì, le mie giornate partivano con una sveglia molto presto, e si usciva di casa alle 6:30 o alle 7 e si ritornava verso le 17 o le 17:30.
Il tempo per pensare realmente non restava nemmeno. Riuscivo solo a vivere alla giornata, e forse era proprio quello l’aspetto più importante che mi ha permesso di vivere nel presente ed essere così ancorata a me stessa e alla nuova terra sulla quale camminavo. Sicuramente quest’esperienza, essendo l’unica volontaria italiana, mi ha permesso di mettermi in gioco su tutti i fronti: se Katia mi chiedeva aiuto per fare qualcosa, solo io potevo occuparmene, se c’era da fare conversazione mixando inglese, portoghese e spagnolo, io ero l’unica, io, senza il giudizio di nessuno. Se c’era da giocare a calcio, basket, judo, pallavolo, nascondino, o qualsiasi altra cosa c’ero solo io. Come i bambini confidavano in me anche io ho iniziato a confidare di più in me stessa, capendo che non serve essere gli animatori più bravi del mondo, ma è sufficiente portare se stessi con la propria personalità e le proprie preferenze: si verrà sempre accettati. In questo mese ho però avuto modo di visitare tante altre belle cose, tra cui la città di San Paolo, Aparecida do Norte, Embu das Artes, la comunità indigena dei Guaranì nell’aldeia di Tenonde Porà, il Museo do Ipiranga, un parco acquatico, l’oceano visto sfrecciando sulla spiaggia da dentro la macchina blindata del Frei, Santos e São Vicente e due tucani in libertà. Eppure, inevitabilmente, mi porterò nel cuore e a mente Daniel (un bambino) che mi dice che quella notte non è riuscito a dormire a causa del freddo (vive in una baracca di legno), la visita nella casa di alcune famiglie con l’assistente sociale, e vedere con i miei occhi le condizioni precarie in cui vivono. Aluara, un’altra bambina, che decide di regalarmi uno dei suoi, forse, tre pupazzi in totale. E poi i tanti disegni e regalini che mi facevano, insieme all’affetto che mi riservavano, senza che io avessi abbastanza riserve per accoglierlo. E poi le missionarie, che mi hanno aperto una finestra sulla loro vita, così frenetica ma così piena. Mi ricorderò delle loro risate quando sistemano insieme la cucina e dei loro momenti insieme di preghiera: sono donne meravigliose, instancabili, che si donano ogni giorno. La loro vita in comunità è davvero speciale e anche loro mi hanno dato tanto.
